Arrivo a Busan, intorno alle otto e mezza di sera. Fa freddo.
Sono giá stato in questa città, ma la mia presenza é stata sempre limitata a poche ore, oggi invece ho un hotel prenotato, mi fermeró per 2 notti. La città non ha mai esercitato nessun tipo fascino su di me, é un posto come un altro, ma ho motivo di credere che da ora in poi la ricorderò per sempre: mi é appena venuta una diarrea feroce.
Sono in stanza ed é notte.
Alle 5 tregua, mi addormento, alle 8 sveglia, batterio o no devo andare al lavoro.
Non mi sento in forma ma sono moderatamente contento: sento che la notte ha portato via con se il peggio.
Barba, doccia, abito, ascensore:
- Good morning Sir, may I have your room number, please?
L’hotel che mi ospita é parte di una catena di cui ho la Membership Card.
Questa ‘appartenenza’ mi eviterà il buffet a colazione con i gruppi di pensionati giapponesi, di famiglie coreane con figli, di ingegneri indiani alla prima trasferta.
Noi membri abbiamo una ‘Lounge’ dedicata. E’ li che sto andando a fare colazione.
- Good morning Sir, may I have your room number, please?
- Yes, sure, 840.
Entro nella Lounge e una vista meravigliosa mi sorprende: Questa ala dell’hotel ha delle vetrate enormi che danno sulla spiaggia e sul mare.
Sono senza fiato, la moderata contentezza della mattina si é tramutata in una felicità inaspettata e spiazzante. Niente mi aveva fatto sospettare finora che Busan potesse essere anche bella.
E’ un panorama toccante.
Potrei semplicemente sedermi al tavolo, ordinare la colazione e godermi questa inaspettata botta di felicità, ed invece spontaneamente in una frazione di secondo mi pongo la domanda: ma questo panorama sarebbe stato lo stesso cosi bello se avessi avuto ancora la diarrea?
Il figlio di Stalin fu fatto prigionero dai tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale. Si conosce qualcosa su di lui, poco invece sulla sua prigionia. Da quel poco che si sa, sembra che durante tutto il suo internamento, fosse tormentato da un grosso problema: La merda.
Circola un aneddoto secondo il quale gli altri prigionieri, in particolare gli inglesi, gli contestassero la mancata pulizia della latrina dopo aver defecato. Questa sua indolenza procurava parecchio fastidio agli altri prigionieri. (Ed agli inglesi in modo particolare, ma insomma questo é un dettaglio)
Il figlio di Stalin morí nel campo di prigionia. Morí folgorato sulla rete elettrificata che circondava il campo, si dice in un improbabile tentativo di fuga per sfuggire alle presunte angherie e i continui rimproveri che subiva dagli altri prigionieri.
La verità non é nota a nessuno.
Era cosi importante per il figlio di Stalin rimanere fedele all’immagine di uomo che non pulisce mai il water? O forse lui, il figlio di Stalin, l’uomo d’acciaio, voleva condividere il suo malessere ed invece di utilizzare una metafora ed esternare questo disagio attraverso una metafora appunto, faceva trovare uno stronzo nella latrina all’ufficiale inglese che ci andava dopo di lui e, ingenuo dico io, confidava nella sensibilità del già citato ufficiale di sua Maestà?
Era russo, georgiano diremmo oggi, e non aveva un corredo emotivo molto ricercato, inoltre doveva essere anche un pó ingenuo se sperava in un pò di comprensione da parte dell’ufficiale britannico.
Era il figlio di Stalin, il padre aveva appena declinato l’offerta tedesca di scambiarlo con un Feldmaresciallo, poiché un Feldmaresciallo, disse, vale più di un tenentino.
Davvero non si poteva essere un pó indulgenti con lui?
Tenente o Feldmaresciallo, in quella circostanza la differenza tra la vita e la morte l’ha fatta una cagata.
Io non sono il figlio di Stalin, inoltre so usare le metafore. Se provo disagio non vado in giro a sporcare bagni.
Non ricordo il nome, ed é un vero peccato, perché lui ha esercitato una certa influenza sulla mia vita. Era un giornalista, scrittore, filosofo, sicuramente viaggiatore.
L’avevo già visto alla televisione, diverse volte, la vicenda risale a molti anni fa, ed era un volto che conoscevo non famigliare ma che conoscevo, lo stavano intervistatando. Sembrava alto, sicuramente magro,
baffetti curatissimi, capelli impomatati bianchi pettinati all’indietro e moderatamente lunghi. In quel servizio televisivo, fumava e portava un anello al mignolo.
Tra le varie teorie una mi é rimasta nella memoria:
- Per viaggiare bastano tre cose – disse – un paio di scarpe comode, un buon libro e delle pillole contro la diarrea.
Mi sono sempre chiesto perché proprio le pillole per la diarrea.
Viaggiare: é quello che ho sempre desiderato. Scarpe, libro e pillole non mancano mai nella mia borsa. Viaggiano da cosi tanto tempo con me che hanno perso il loro significato originale:
Le scarpe comode sono tutte quelle cose che facilitano il tuo viaggio e che ti fanno sentire ‘comodo’, in sostanza bene.
Il libro é la sapienza, ma anche il compagno, l’amico, la pagina che ti fa sentire meno solo ed infine le pillole sono gli imprevisti, tutto quello che devi inghiottire metabolizzare e rilasciare affinché si possa trovare anche nella difficoltà più estrema, un campo di prigionia per esempio, la soluzione ottimale compatibile con l’ambiente e la situazione che stai vivendo.
Non so se Jackob ( questo era il nome del figlio si Stalin) avesse mai viaggiato, dubito peró fosse stato a Busan. Se avesse avuto esperienza di quel bel panorama magari si sarebbe accordato sulla pulizia dei bagni.
Per quanto mi riguarda invece, la diarrea é solo un possibile imprevisto sul cammino. Il mare e la spiaggia di Busan sono bellissimi a prescindere dalle condizioni del mio intestino e di questa vita da viaggiatore, fatta di sentimenti ad intermittenza, di colazioni a buffet e di carrelli da spingere all’aereoporto.
P.S.
La colazione con vista meravigliosa l’ho fatta alle 9. L’appuntamento con i miei colleghi era alle 10. Loro sapevano della situazione del mio intestino, cosi quando gli ho detto che avrei rimandato di un paio di ore, piuttosto che annullare gli impegni, sono stati ben felici di accogliere la mia richiesta. Sono andato in camera, ho preso sciarpa e cappello e ho camminato per un paio d’ore lungo la banchina di quella spiaggia, nella bellissima e freddissima giornata invernale Coreana.
Alle 12 ero al lavoro.
Pps
camminando ho anche scattato questa foto.
