la mia povera Nonnina sentendo tutto il trambusto mediatico intorno a Dubai, aveva capito che da ste’ parti la terra aveva tremato realmente. Ovviamente non e’ successo nulla, apparte che qualcuno si e’ arricchito speculando sulla mancanza di trasparenza e le festivita’ in corso. Passo in aereoporto tutte le settimane e non ho mai visto una macchina abbandonata. Venerdi’ sera ero a cena con degli amici milanesi in vacanza, increduli rispetto a quanto sentito prima durante il telegiornale e a quello che vedevano: ristoranti e locali pieni, mall iper affollato, gente per le strade e in spiaggia. Ieri mezz’ora di coda per andare al cinema. Oggi si ricomincia.La terra non ha tremato, e io mi sento bene.
Monthly Archives: novembre 2009
Il cielo sopra il Pino ovvero se tutto va male almeno silvio c’è.
La situazione non è cambiata
Non me ne frega niente
Però penso positivo, e cerco di tirarmi fuori dal periodo di indolenza in cui sono precipitato.
Certo gli ultimi eventi non mi hanno aiutato a venirne fuori
mourinho e le sue dichiarazioni
L’inter ancora in corsa per la qualificazione champions
La Juve che perde
Neanche la bilancia mi da riscontri positivi.
Continuo a correre (12 km in un ora e 15 min. per 3 volte alla settimana da circa un mese mica pyzzas and fykis) ma i chili (troppi) presi durante l’estate sono li a ricordarmi che la peroni ingrassa.
Sono ad un passo dal barattolo della nutella.
Ma la vita continua, che diamine, e cosi ho deciso di fare, nel breve, qualcosa che mi scuota un po’.
Iscrivermi a salsa e merengue
Fare una vacanza a sharm el sheik
Se non si fosse capito, questo è una richiesta d’aiuto.
Se metto in atto i miei progetti, alle prossime elezioni mi ritroverò a votare il PDL.
PS
per la serie sop u cutt l’acqua vuddout, questa sera ore 9 riunione di condominio.
Eid Mubarak
Viaggiatori Viaggianti.
Brest, 24 novembre 1996
Avvicinandomi alla terra oggi bielorussa di Polesie, terra commovente per me perché lì sono nato, fui contento che il treno si muovesse con tanta lentezza. Pensavo che così avrei potuto godermi il bellissimo paesaggio di una regione che ormai ricordavo a malapena. Non mi fu possibile, perché i vetri dei finestrini erano talmente fangosi che non si vedeva niente.
Quel fango che ricopriva i vetri era fango vecchio, strati e strati di melma accumulata, una sorta di limo eterno. Tentai di aprire il finestrino dello scompartimento, ma non ci riuscii: chi lo aveva chiuso lo aveva fatto una volta per tutte. I vetri melmosi non lasciavano passare la luce del sole radioso che illuminava il mondo esterno, e nello scompartimento regnava la penombra.
Non era neppure possibile scendere dal treno quando si fermava nelle stazioni, perché era autorizzato ad abbandonarlo solo chi scendeva per non tornarci. Chi continuava il viaggio doveva rimanere al proprio posto. Il sistema funzionava benissimo, perché nel vagone si apriva un’unica porta, controllata dalla conduttrice.
Una conduttrice per vagone: 20 vagoni, 20 conduttrici. Si trattava per lo più di ragazze giovani, conscie del loro grande potere, perché potevano permettere a chi le supplicava di scendere dal treno, ma non c’era chi potesse scavalcarle se non volevano concederlo. Parlavano solo gridando, dando ordini, o proferendo minacce. I passeggeri erano obbedienti, docili e sembravano addirittura contenti di non essere cacciati dal treno e di poter continuare il viaggio.
Io sentivo un assoluto bisogno di scendere dal vagone, anche solo per un minuto, un attimo, per liberarmi da quell’autentico carcere con tanto di guardiani, che, oltre tutto, era appestato di calzini sporchi, magliette sudate, vestiti non lavati, ascelle, piedi. Puzzava di alimenti in decomposizione o fermentati tenuti in buste di plastica, di pavimenti e pareti che non avevano mai conosciuto l’acqua e il sapone.
Un odore insieme amaro e agrodolce, un odore onnipresente, aggressivo, soffocante e asfissiante, da cui non si sfuggiva. Come respirare in una simile atmosfera? Se lo fai profondamente, muori asfissiato, se lo fai con prudenza, l’asfissia è comunque inevitabile.
L’unica differenza tra la respirazione profonda e quella prudente è che, con quest’ultima, uno si asfissia volontariamente per mancanza di ossigeno, e quindi in modo più “ecologico”. Il respiro profondo riempie i polmoni del fetore opprimente e viscoso, che opprime la gola come se uno ci infilasse il pugno.
Tra una stazione e l’altra, quando il treno attraversava la pianura bielorussa, le conduttrici si dedicavano a ritoccare la propria bellezza. Ognuna di loro ha il suo scompartimento e il suo specchio. Quando arrivammo a Brest, erano sistemate in maniera talmente solenne ed elegante che sembrava che alla stazione le aspettasse una sfilata di moda.
Assalto alla biglietteria
A Brest, una folla amorfa assediava gli sportelli. Ma in assoluto silenzio. Quando qualcuno cominciava a gridare, senza averne il diritto – è noto che i passeggeri non hanno alcun diritto – i militari che vigilavano sul luogo lo cacciavano via dalla fila. Per questo l’assalto agli sportelli avveniva in assoluto silenzio, se si eccettuavano i sospiri e i gemiti di chi non riusciva a ottenere il biglietto che sperava.
Mi unii agli assalitori. Vittoria! Chiedendo più volte, riuscii a capire dove si trovavano gli sportelli in cui si vendevano i biglietti per l’estero. Erano assediati solo dalle persone che avevano il permesso di viaggiare in Occidente. Anche qui c’era un vero e proprio assalto, ma si vedeva lontano un miglio che si trattava di una folla di livello superiore.
Erano i “nuovi” bielorussi, fratelli di classe dei “nuovi” russi. Tra loro si vedeva già qualche vestito alla moda e si sentiva l’odore di profumi francesi. Persino la calca agli sportelli era più “educata”. Da una parte, sapevano che senza accalcarsi non avrebbero mai potuto ottenere l’anelato biglietto; dall’altra, però, erano consci che non si trattava di un comportamento troppo civile.
Nei pochi centimetri che separano l’interno della biglietteria “internazionale” dall’esterno si svolge il grande scontro tra due civiltà. Da una parte dello sportello sentiamo il soffio del mondo, perché i viaggiatori pronunciano a voce alta, affinché tutti sentano, nomi come Bruxelles, Parigi, Aquisgrana, o Amburgo, ed estraggono dai portafogli, perché tutti li vedano, interi fasci di franchi, dollari o fiorini.
Dall’altra parte dello sportello, di fronte alla folla stipata, c’è solo una donna di età avanzata che con la sua stilografica scassata riempie laboriosamente gli innumerevoli spazi vuoti dei biglietti per viaggiare all’estero. Poi arriva il momento di tradurre in rubli bielorussi le valute che riceve. Tutta l’operazione pare interminabile, ma non si può fare nulla per accelerarla, migliorarla, sveltirla. In questo confronto aperto tra il mondo simboleggiato da Parigi e quello che esiste a Brest, quest’ultimo esce sempre trionfante.
Brest non si piega né pensa di lasciarsi calpestare. Brest possiede una propria misura del tempo, e non ne ammette altre. Brest si fa gioco di questa ridicola teoria occidentale per cui il denaro sarebbe onnipotente. A Brest la bigliettaia, anche se le metti sotto il naso un mazzo di dollari, non ti venderà il biglietto se non ne ha voglia: “Non ci sono più posti”, grida, e chiude inesorabilmente lo sportello.
Io, per fortuna, avevo già comprato il biglietto di ritorno e dovevo solo confermarlo. Una volta compiuta l’operazione cominciai a cercare i doganieri, perché l’ispezione doganale a Brest non la si deve passare sul treno, ma in stazione.
Alle mie domande su dove si trovasse l’ufficio di dogana ricevetti le risposte più diverse, ma riuscii comunque, alla fine, a trovare quello che cercavo. Entrai in una sala molto grande, immersa in una tenebrosa penombra. Al centro c’erano le scrivanie dei doganieri, tutte dotate delle apparecchiature necessarie alla “radiografia” dei bagagli, ma tutte fuori servizio, perché avevano tagliato la corrente elettrica.
La stazione ferroviaria di Brest è uno dei monumenti architettonici lasciati dall’epoca di Stalin. La sua missione era fungere da “Grande Porta dell’Unione Sovietica”: da qui i suoi stucchi dorati e i suoi marmi. Ma questo avveniva molti anni fa. Ora le pareti sono cadenti, le porte non chiudono, i lampadari sono sbreccati e senza lampadine.
Alla dogana
Nella grande sala c’era un doganiere seduto dietro una scrivania che leggeva un giornale. Mi avvicinai per chiedergli se potevo passare l’ispezione doganale, gli dissi il numero del mio treno e la mia destinazione. Non alzò gli occhi, non rispose, continuò a leggere. Accanto a lui sedeva un altro doganiere. Feci per rivolgermi a lui, ma mi resi conto che sarebbe stato inutile: completamente immobile, aveva lo sguardo perso nel vuoto.
Rimasi lì davanti non sapendo che fare, perché i miei ipotetici interlocutori, anche se presenti nel corpo, non lo erano di anima o di spirito. Si comportavano come due esseri completamente sconnessi dal mondo. Feci qualche passo indietro, ma senza che mi perdessero di vista, perché sapevo che se fossi uscito dalla sala avrebbero pensato che nascondevo qualcosa, che cercavo di evitare l’ispezione.
Sapevo che i cervelli di quei due doganieri funzionavano con una logica diversa dalla mia, e mi aggrappai all’idea di scoprirla per agire nel modo che mi fosse meno dannoso. Partivo dal presupposto che loro sono sempre convinti che tutti li vogliano ingannare e che tutti abbiano mille modi di farlo. Per questo mi fermai un po’ in disparte dai doganieri ma senza uscire dalla sala, aspettando la prossima mossa. Uno continuava a leggere, e l’altro rimaneva immobile. Il silenzio era assoluto. Nonostante fossimo in una stazione ferroviaria, regnava un totale silenzio.
Alla fine arrivò un altro viaggiatore, e questo mi fece sentire molto meglio. A quel punto eravamo due contro due. Due rappresentanti della legge, i doganieri, e due ipotetici delinquenti, noi. Il nuovo arrivato si mise a riempire un modulo, e io lo imitai. Arrivarono altri viaggiatori. Con i moduli già riempiti, ci mettemmo tutti ad aspettare la reazione dei funzionari.
Dopo un’ora il lettore di giornale e l’immobile scomparvero, sostituiti da due nuovi doganieri. Si sedettero ai tavoli e cominciò l’ispezione. Io osservavo affascinato quella scena, che apparteneva a un mondo che ormai non esiste più. Uno dei viaggiatori che mi precedeva nella fila andava a Berlino. Il doganiere gli ordinò di tirare fuori tutto il denaro che aveva e di dividerlo in mucchietti di biglietti di diversa valuta: marchi, dollari, lire, pesetas.
Cominciò a contare ma non tornavano i conti. Contò un’altra volta i biglietti, e di nuovo qualcosa non quadrava. Ordinò al viaggiatore di consegnargli il portafoglio. Era un portafoglio molto rovinato e con un’infinità di tasche. Questo aumentò i sospetti del doganiere. Che bisogno aveva una persona onesta di un portafoglio così pieno di tasche? Si mise a controllarle scrupolosamente. Non trovò nulla e si rimise a contare il denaro.
Alla fine, dopo averlo coperto di un certo numero di insulti, lasciò andare il viaggiatore. Il successivo subì la stessa scena: il conteggio ripetuto del denaro, il controllo del portafoglio… Tutti i viaggiatori che passavano venivano accusati, tutti avevano commesso una qualche infrazione, tutti avevano fatto qualcosa di male, erano alla mercé della buona volontà del doganiere.
Dovevano rispondere dieci volte alla stessa domanda, perché il doganiere sperava che si sbagliassero, sperava di cogliere nelle loro risposte una qualche contraddizione che gli facilitasse un’azione d’attacco.
L’esperienza alla dogana non era la fine del nostro calvario. Dopo averci interrogati, aver contato e ricontato il nostro denaro, aver esaminato a fondo i nostri portafogli, dovevamo ancora passare per il controllo dei passaporti. Ci fu un’altra sala, e un’altra lunga attesa. Il potere utilizza il tempo per fare sentire la sua onnipotenza.
Quanto più il potere è importante, tanto più c’è da aspettare perché si degni di agire. Inoltre, l’esperienza di chi detiene il potere insegna che l’attesa debiliti il questuante. Le guardie di frontiera arrivarono e cominciarono i loro interrogatori sottolineando le risposte con gesti di disapprovazione, insoddisfazione, malessere.
Si parte!
Alla fine stamparono l’anelato timbro sul passaporto e ci preparammo a montare sul treno. Ma non potevamo salire, perché un soldato ci fermò e ci ordinò di aspettare. E non ci permise di farlo dove più ci aggradava: dovevamo stare tutti accalcati intorno a lui. Il soldato, con una faccia molto seria, vigilava che il nostro gruppo non si sfaldasse, ma che si mantenesse compatto e ben formato. Uno dei viaggiatori si allontanò di qualche passo.
“Ritorna nel gruppo!”, gli ordinò il soldato senza riguardi. Sentimmo che era meglio aiutare quel soldatino a compiere la grande missione assegnatagli: mantenere il gruppo di viaggiatori il più compatto possibile, visibile, immobile. Vedevamo il treno e sbavavamo dall’ansia di salirci, ma bisognava aspettare. Rimanevamo tutti immobili, ma ci sentivamo invadere da una terribile insicurezza.
Sapevamo che il mondo diverso, che l’altro mondo, era vicinissimo, ma che avremmo potuto non arrivarci mai se si scopriva che il denaro era stato contato male, che mancava un qualche timbro o che era stato messo male. Se si fosse scoperto un problema di questo tipo, la vittima, che avrebbe potuto essere uno qualunque di noi, sarebbe stata riportata al punto di partenza, alla sala della dogana.
L’insicurezza era giustificata e si sentiva una sorta di corrente elettrica che fluiva tra i viaggiatori accalcati nel gruppo sorvegliato dal soldato.
Alla fine il soldato si fece da parte e ci lasciò passare, e il gruppetto si lanciò verso il treno.
Avevamo guadato il fiume, un fiume di acque pigre, un fiume dalle rive piene di canneti. Nello scompartimento accanto un gruppo di giovani russi andava a Praga per partecipare a un festival della canzone. Uno di loro suonava la fisarmonica e i suoi compagni cantavano. Cantavano Yablochko e Kalina, Chornuyu Noch e Vzhialbi ya handuru (popolari canzoni russe).
All’improvviso qualcuno intonò Artilieristi Stalin dal prikaz (Stalin diede l’ordine alle artiglierie…), scoppiò una grande risata e poi tutto si fece silenzio.
Ryszard Kapuscinski
Linea Gotica.
A Foggia di sguincio. Quasi in gamba tesa.
Che poi alla fine credo (spero) sia soltanto un errore.
Tuttavia oggi, secondo Trenitalia.it dal 13 Dicembre, per andare da Milano a Foggia, bisognerà passare obbligatoriamente da Roma, utilizzando soltanto Eurostar.
Il tutto alla modica cifra di 137 euro (in seconda classe ovvio). (6 ore e mezzo circa) Link relativo.
Anche da Bologna ad Ancona, l’unica possibilità sarà passare per Roma. Soltanto Eurostar, 87 euro, ma soprattutto 6 ore di viaggio. Link relativo.
Ancora – Pescara impossibile farlo in treno. Link relativo.
La foto riassuntiva “Penitalia” è di Andò.
La Palla solo dietro.
Sabato ero a San Siro.
Uno degli Ottantamila.
Uno degli Ottantamila soddisfatti e felici.
Che il Rugby non sia il come calcio lo sappiamo (tant’è che la palla è ovale).
E’ un altro sport punto, perciò i fiumi di retorica che in questi giorni si versano a litri sui giornali li lascio ad altri.
Però un paio di constatazioni piccole piccole le vorrei fare anche io.
• 80.000 persone erano consapevoli da prima di andare a vedere una sconfitta, nonostante ciò hanno voluto esserci ed erano felici dopo la sconfitta.
• Il Rugby è uno sport di squadra in un senso più ampio rispetto al Calcio o al Basket. Difficilmente un match di Rugby può essere deciso dalla classe del singolo, da una punizione di Del Piero o da una tripla di Bargnani. A Rugby le prendono tutti e tutti le danno.
• Secondo Q*Star tutto questo fermento (e anche il fiume di retorica) fa bene al Calcio. Un competitor forte può essere solo un incentivo a fare meglio, a risvegliarsi un pò.
Sono daccordo con Lui.
Forza Rugby per il bene del Calcio.
Cartesio 2- la vendetta

Scaffale aereoporto di Sharjah…tra Chomsky e Bin Laden….
p.s. questo post è stato generato da un computer infedele
A me mi ha fregato Cartesio.
Saviano parla per due ore sulla rete pubblica di letteratura e mafia
Il servizio pubblico è assicurato. La lotta alla mafia, pure.
Fatecelo sapere.
Il muro è crollato. E io non ho più nessun post dove sbattere la testa
Ho in mente il post da scrivere, eppure non prende forma sulla pagina.
Santanchè
Banda larga
Il campionato di calcio italiano
Le ronde che non rondano
Niente.
Forse il bicchiere è mezzo vuoto da queste parti, ultimamente.
Forse è l’età che avanza.
Niente
O forse si. Delusione.
Quel tipo di delusione che ti prende quando ti soffi il naso e poi controlli nel fazzoletto.
E ti rendi conto che la produzione è inferiore all’attese.
Mezzaluna
Ho fatto un sondaggio veloce (perciò inattendibile) tra gli amici con prole che hanno i figli a scuola:
in nessuna classe appendono la mezzaluna.



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