Mi chiamo Giuseppe oggi è il 19 Marzo 2011.
Mi trovo in Corea a Seoul per lavoro, e con il taxi sto raggiungendo alcuni colleghi che mi aspettano in un department store. Business. C’é strada da percorrere per arrivare li ed il traffico di Seoul rallenta l’auto e i pensieri, ascolto vecchi successi americani dalla radio del tassista.
Diana, ve la ricordate? Daaaiaaana stay close by me Daaaiaana. Io si.
Era d’ estate in campagna, nei pressi di Boreano, dove i miei nonni avevano dei terreni ed una masseria. Con mia nonna ascoltavamo la radio che suo figlio emigrante, mio zio emigrato, aveva portato come regalo dalla Germania. Nonna preparava la pasta fatta in casa, gli uomini erano impegnati nei campi, quel giorno sarebbero tornati per pranzo, il grano da mietere era finito, bisognava fare manutenzione alla mietitrebbia, domani si sarebbero spostati alla ‘muntagn’, tutti quei paesi compresi tra Venosa e Potenza, dove il grano maturava dopo.
- Che je sta Daien?
- Sai nonna credo sia un nome, un nome di donna.
- Daien? Adda esse tedesc.
La radie ie tedesc.
- Boh, forse si, a me piace però: i figli di Ciambrone e Cestina quando nascono? Se c’é una femmina posso chiamarla Diana?
- Nascn fra poco, u preim mascul u chiamam Peppnil l’aut chiaml com vu.
-Grazie nonna.
- Nonna.
- Che je?
- Perché il primo Pepnill?
- E che nou u saie? Te l’aggie cuntat nu milion d vot.
- Ancora una volta nonna.
Giuseppe la vide. E ne restó totalmente folgorato. Era bella, lui in Piemonte, in Val di Susa dove era nato, non aveva mai visto una donna più bella di Jannuzza.
Bella: i suoi occhi.
Bella: i suoi capelli.
Bella: ” e ten pour nu bell par d menn” aveva precisato il parroco, su precisa domanda, il pomeriggio al circolo cosidetto dei ‘signori’, dove si ritrovavano le persone notabili del paese e che avevano presenziato alla messa la mattina, adesso c’erano il maestro, il farmacista, l’avvocato e un paio di scalcagnati ex nobili o per lo meno, ancora nobili ex ricchi, che a loro li aveva rovinato l’unitá d’Italia intesa come: mancanza di qualsiasi passione per il lavoro, e di talento, per gli affari.
Giuseppe era forte, a casa dove era nato, sulla tavola non era mai mancato il pane e qualche volta anche un pezzo di carne, che non si stava affatto male. Ma da quando l’aveva vista, il ragazzo aveva 19 anni, non era più lo stesso. “Ue Bepi te che devi de magna, si no tel vien na bruta cera, ne” (Beppe tu devi mangiare altrimenti ti verrà un accidenti). E lui di mangiare mangiava e di bere, beveva.
Ne si saziava, ne si dissetava.
Voleva parlargli. Ma come? Il barbiere del paese, dopo aver sganciato il doppio del prezzo stabilito per un ‘barba e capelli’ gli aveva dato tutte le informazioni di cui era a conoscenza, a pagamento come si é visto, e aggratis un consiglio: ” uaglio, to se suldat, mo staie, mo te ne vaie. Quann proprie non ce la faie chio va a la caes d’Orazio* dret u Purgatoriie d’ poulezz u fuceil e te liv i pnsier. Quer je serie, s vu a quer te’ccase (tu sei di passaggio in queste zone, ci sono le meretrici* che possono farti passare sta smania d’amore. Con Jannuzza il matrimonio é l’unica via percorribile, riuscì a capire Giuseppe che il dialetto un pò aveva iniziato ad intenderlo ma faceva ancora molta fatica a capire i dettagli).
Voleva rivederla, o meglio ci voleva parlare, che a rivederla ogni tanto la rivedeva, a messa o quando accompagnava la baronessa, ma lei non sembrava affatto interessarsi alla sua presenza, sempre in prossimità, quando era in giro (alla baronessa invece facevano piacere quelle attenzioni “ah se solo fossero per me” pensava, e con Jannuzza si divertiva a cambiare direzione all’improvviso nei vicoli, giusto per impacciarlo).
Jannuzza viveva a casa del Barone, per quanto gli riguardava quella era una fortezza inespugnabile.
Il giorno di San Giuseppe però, qui c’era una strana usanza di preparare dei fuochi, aspettare la notte per poterli bruciare e danzare e mangiare e bere intorno al fuoco. Era il giorno in cui si faceva quello più grosso del paese davanti alla casa del barone e tutta la servitù, uomini e donne, aveva il permesso di fare tardi e divertirsi intorno al fuoco sotto lo sguardo della piú anziana delle cameriere Nannina, che con uno schiaffo aveva girato la testa a Z’Rocc u stagnar che con una mano voleva testare la consistenza delle chiappe, con un peto invece aveva ribaltato 2 pulcini in traiettoria, sempre lo stesso giorno, nel pollaio.
Bisognava aspettare il giorno di San Giuseppe. Pregava il soldato: San Giuseppe io porto il tuo nome, il giorno della tua festa fa che sia un giorno di festa anche per me, falla innamorare, aggiungendo subito dopo “di me” che con i santi bisogna essere precisi si spiegava il ragazzo, sia mai che la faccia innamorare di un’altro.
Il giorno di San Giuseppe arrivò. Erano passati 9 mesi da quando l’aveva vista la prima volta.
Il soldato contando sulla benevolenza del diretto superiore, per quel giorno, il giorno del suo onomastico, era sollevato da qualsiasi incarico.
Il giorno pareva non finire, i fuochi era stati preparati dal mattino: dentro di lui invece il fuoco era già acceso da quella domenica della prima comunione.
Arrivó la sera, si cominció ad accendere i fuochi, l’eccitazione saliva.
Allora si udiva:
- iamme uaglio appecie le zepper, muvt, diceva il nonno al nipote
E ad un’altro fuoco il marito alla moglie: – fglio add le pust le patan?
I più giovani invece:
- Passm u cecn c u vein, Toni’ ca mo ie roppe aggia zumb sopa au fuc.
- statt attint, au vein e au fuc cornout. Gli faceva eco la matrona poco distante.
- staser m’aggia struppie’ o c oun o c l’aut. Rispondeva Nennil ‘u cengueist’ 17 anni e una passione smodata per l’amore fatto a mano, da cui il soprannome: il numero delle dita che usava per amarsi.
Davanti alla casa del barone il fuoco era acceso, le fiamme erano ancora molto alte, bisognava aspettare ancora per mettere a cuocere le patate sotto la cenere, ma la festa era comunque iniziata, si beveva e si ballava, don Mattiocc ‘u vccir’ il macellaio, faceva andare con la stessa perizia le mani sia sul collo di un maiale sia sui tasti dell’organetto.
” L’ ava dett e l’ava fatt sa vennout la cor a Jatt*” Cantava il macellaio.
” Moca u veir l’attnrann c na zoc se men ngann” Continuava.
(* la storia di un debosciato che ha venduto un pezzo di terra per pagare i servigi di una donna“).
Si ballava, Giuseppe aspettava il momento propizio per avvicinarsi, lei era li tra le amiche, ridevano e si spingevano tra di loro, ogni tanto ballavano, sempre tra di loro. Non la perdeva di vista, altre occasioni non si sa quando si sarebbero verificate. A turno ognuna di loro andava verso la casa del barone, riportavano indietro un otre dell’acqua, prendevano dei bicchieri, a volte una sedia per gli anziani che passavano di la. Lei non era ancora andata una volta verso la casa. Fino ad allora.
- Posso aiutarti?
- a f che? ( A fare cosa)
- non so…a portare qualcosa
- ma nou veir ca no teng nint n’man?
Si metteva male
- Uaglio ma tu ch se?
- Mi chiamo Giuseppe oggi é il mio onomastico
- t chiam Peppein? U fglie d Ciambron l’aggie chiamet Pepnill, comma a te, osce ie poure u sant souie.
- Ciambrone, Pepnill? Di cosa stava parlando?
Si metteva peggio
- Peppein’ che vai acchiann, aggia purt n’anbasciate a la padrona? Steie semp dret a nouie quann’anzemm..
L’aveva notato, pensava che lui fosse innamorato della baronessa.
- veramente io sono… io voglio… io sono… innamorato di te.
- d’ me?
Amore. E cosa ne sapeva Jannuzza dell’amore. Fino ad allora l’unica cosa che si avvicinasse all’amore erano le attenzioni di Ciambrone. Sapeva che esisteva, o almeno ne intuiva l’esistenza ma concretamente non sapeva cosa fosse. Come per la comunione nessuno si era preso la briga di spiegargli cosa fosse. La cosa la incuriosiva, ma..
- Fglio’ – si senti un urlo levare
- Fglio’ – era Nannina. Una mano a palmo aperta tra i denti ed un mano rivolta verso di lei: pollice ed indice a descrivere un cerchio, anulare, medio e mignolo tesi, rivolti verso di lei.
Giuseppe capì, nulla lasciava presagire niente di buono.
Lei sobbalzò, ebbe appena il tempo di dirgli:
- Peppein ma to ch sta parlat stran ca tin… (Il tuo accento mi lascia perplessa)
E corse verso la casa.
Appena dietro il portone si appoggio al muro di fianco.
Un uomo gli aveva detto che si era innamorato di lei. Quell’uomo dopo tutto non era neanche brutto.
(continua e forse finisce anche, solo se lo volete)