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* AC/DC ovvero la musica prima di VideoMusic

Quarta ginnasio, ho la borsa a tracollo, quella militare che va tanto di moda in quegli anni. 5000 mila lire al mercato il giovedì, il posto é di fianco all’attuale Gold Seven a Venosa, giusto per capirci. Tutti i ragazzi ci scrivono qualcosa con il pennarello sopra, non so, il nome delle band preferite, per esempio.
La mia non ha ancora nessuna scritta. La scritta sbagliata e la mia carriera da liceale prende la piega sbagliata. Vietato commettere errori, per cui prendo tempo, prima o poi mi verrà l’ispirazione.

Sono in villa ed é Sabato, l’unico giorno al ginnasio in cui ho 4 ore.
Davanti a me un ragazzo della prima liceo, ha una borsa come la mia, verde militare, mercato lire 5000 e nel bel mezzo della borsa, ha una scritta : due lettere intervallate da un fulmine, ancora due lettere

AC fulmine DC.

Mi sento mancare. I’ve found what I’m looking for: la scritta giusta per la mia borsa verde militare da 5000 lire.

Torno a casa prendo il pennarello e cerco di essere il più preciso possibile.

AC: fatto. Cosa vorrà dire non lo so, ma mi sta bene cosi. A comunque é l’iniziale della ragazza più bella del liceo. Per la C invece nessuna idea, ma non ho tempo da perdere per cui ripeto:

AC: fatto.
Fulmine: fatto.

A questo punto peró non che posso mettere le iniziali del nome del ragazzo della prima liceo. Lui si chiama D.C. La borsa è la mia, va bene tutto ma non esageriamo.

AC fulmine DG.

Quell’anno fui bocciato.

Tremate, Jazirat sta tornando !

Mi ha scritto e mi ha detto : “ora che berlusca sta per lasciare, potrei anche tornare”.

In allegato mi ha mandato questa foto e mi ha detto di dedicarla ad un suo amico.

Appetite for destruction 2

"L'uomo è ciò che mangia"

Tutta l’acqua caduta e quella che continua a cadere rende tutte le attività quotidiane più complicate. Solo una forse resta invariata: cucinare.
Sotto un cielo grigio, in una città grigia, con un umore altrettanto grigio e in un’Italia che stenta ad uscire dal grigiore politico ed economico mi è venuto il desiderio di mangiare chiaro, bianco.

Realizzare un’ottima salsa bianca fatta in casa (no conservanti o prodotti che alterano il gusto), sana e genuina, con ingredienti scarsi (non vado a fare la spesa, non adesso) e al tempo stesso selezionati (al supermercato prendo solo roba buona, con l’illusione di conservarmi meglio), che serva ad amalgamare o insaporire quello che verrà preparato successivamente (e di cui qui non farà menzione) non è difficile. Di tempo e voglia non ho camion pieni perciò…

Oggi prepariamo la sauce à la Bèchameil. Di origini francesi (la inventò un certo marchese Louis de Bèchamel) è stata subito presa in ostaggio nelle cucine italiane, naturalmente con le varianti del caso (popolo di innovatori un tempo, oggi… non si sa! The world is waiting for).

Se la ricetta fosse per due persone servirebbero:

50 grammi di farina
Quasi 1/2 litro di latte
50 grammi di burro
Un pizzico di sale
Noce moscata q. b.

Ma così diventerebbe una bomba calorica non indifferente. E va bene lo spirito del bianco, va bene il desiderio di cucinare una salsa, ma tutto quel burro? No, io il burro non lo spalmo nemmeno sulle fette biscottate prima della marmellata. Ci vuole un sostituto e in quantità ridotte.

A Venosa fanno un olio extra vergine di oliva che è come oro liquido, le calorie contenute sono tutte meritate e alla fine fa solo bene. Quindi, per la mia personalissima besciamella, opto per un po’ di olio: basta ungere il fondo del pentolino e si può già procedere con l’aggiunta della farina setacciata.
Mescolare per evitare che si formino grumi e aggiungere poco a poco il latte, continuando a mescolare.

Una volta ottenuto un composto omogeneo aggiungerci un pizzico di sale e farlo cuocere a fuoco lento. Girare di tanto in tanto per evitare la formazione di grumi (è un’ossessione!).

Praticamente nell’arco di massimo 10 minuti si otterrà una crema biancastra. Per solidificare e per liquefare la salsa si possono aggiungere rispettivamente farina e latte. Una volta tolta dal fuoco aggiungere la noce moscata e lasciare raffreddare.

La salsa bianca nella sua versione basica può essere arricchita con del formaggio a scaglie, grattugiato o a cubetti. L’importante è che conservi quel suo colorito pallido.
[E se poi il cuoco fosse un amante estremo dei colori... gli ingredienti da associare sono svariati: con un po' di fantasia la salsa può diventare rosa, verde, gialla e addirittura blu. Come? Fantasia, fantasia...]

Con la besciamella si possono creare tanti piatti più elaborati. Dalle lasagne alla pasta ai 4 formaggi. L’ingrediente di base è sempre la fantasia!

Fuori onda dalle cucine di cuoche con esperienza pluriennale ottenuta sul campo della zona del Vulture Alto Bradano: “Fantasia. E che è? Una cosa che si mangia?”

Pippo Franco non poteva.

Domenico Scilipoti e Clemente Mastella insieme Sabato 19 Novembre alla Sala del Trono a Venosa. Allertato Padre Angelo e il suo staff*.

The social network, i disegni di Altamira ed io, ovvero quando la storia non tiene conto degli uomini.

Cap. 1 L’homo sapiens

Bevendo un caffé seduto da Starbucks ripensavo all’umanità che ci ha preceduto: indietro nel tempo fino all’uomo preistorico.
Chissà come vivevano é una domanda retorica. Oggi sappiamo quasi tutto sulle loro abitudini. Ci sono tracce, testimonianze. Come, ad esempio i disegni nelle grotte di Altamira: scene di caccia. É facile intuire che ai quei tempi procurarsi il cibo era la priorità.
Che tempi allora, l’uomo e la natura: vinca il più forte.
Che nostalgia.
Dicevamo dei disegni: un uomo della preistoria, con la tecnologia che aveva a disposizione, ci ha consegnato un frammento della sua vita.
E da quel momento la vita sul pianeta non sarà più la stessa: soddisfatto il bisogno primario, mangiare, quell’uomo consegna all’umanità una cosa nuova: il tempo libero ed il suo impiego. Magari con quei disegni tentava di impressionare la donna preistorica che a lui non l’ammollava. La competizione tra maschi Alpha era agguerrita?

Cap. 2 I nativi digitali

Ieri sera ho rivisto in TV ‘The Social Network’ il film biografia di Mark Zuckerberg. L’epopea di una intuizione, della tecnologia a disposizione, ed il successo dell’applicazione che ha generato questa idea con quella tecnologia.
Insomma Facebook.
Dal film emerge che il motore che ha azionato tutta la macchina facebookiana, sia stato un 2 di picche. Entreró in merito solo un secondo sulla vicenda: lui la sua chance se l’é giocata di merda. Sei al bar con
lei, lei é ben disposta, inoltre beve birra insomma un rigore a porta vuota e lui lo sbaglia.
Voi direte che é per questo che io non sono Zuckerberg. E vi sbagliate, ve lo spiegheró nel prossimo capitolo.
Comunque meno male che la tipa non l’ammolla altrimenti oggi avremmo un ‘pecchista’ in più e un FB in meno.
E un carro di buoi parcheggiato sotto casa Zuckerberg.
Da quel momento, cioé dalla nascita di FB, l’umanità non sarà più la stessa: il proprio tempo, la propria vita condivisa e vissuta in tempo reale.

Cap. 3  FB l’ho inventato io.

Quando andavo al liceo noi avevamo già il nostro social network: la parete del cesso della scuola. Sulla parete di quel cesso lasciavamo gli aggiornamenti in tempo reale, se trovavamo la scritta  ’A. é una troia‘, significava che A aveva mollato F e che quindi aggiornava il suo stato da fidanzato a single.
Se leggevamo la scritta ‘ D. Sei un ricchione‘ significava che l’ora prima qualcuno aveva preso 3 in geografia.
Se infine c’era qualche riferimento alla madre di qualcuno il messaggio era chiaro ed inequivocabile: il tizio X aveva infastidito la fidanzata di Y.
Poi c’erano i messaggi di servizio, quelle sulle specialità che alcune ragazze offrivano ai fortunati a cui andavano a genio.
Ma l’aggiornamento di stato più importante, quello più seguito ed infine quello che teneva aggiornata la statistica sui maschi etero del liceo era:

A chi piace la figa tiri una riga

Mo dico io é colpa mia se Zuckerberg ha solo avuto una tecnologia più sofisticata? E’ colpa mia se io sono nato a cavallo tra l’uomo che ha fatto i disegni ad Altamira e l’uomo che ha inventato FB.
Noi in Basilicata, fine anni 80 inizio 90, avevamo la stessa tecnologia dell’uomo di Altamira e l’abbiamo spinta al massimo fin nel campo dei social network.
Purtroppo non avevamo la tecnologia giusta. Cosi io sono rimasto un pirla e Zuckerberg ora fa il figo.
E l’umanità é rimasta tale e quale.

Dei Giuseppe, dei santi e dell’Unità d’Italia. #3

Quan je  nat Jannozz  je nat nu bell fjor
La rondn feceje u neir e la serp enzeje da for
Mo Jannozz je fatta gross e sent nu pezzch ient u cor
Jannozz pantesceje: ha capeit che je  l’ammore.

La storia finisce qua, almeno la parte ambientata a Venosa. Giuseppe avrà dei problemi a causa del suo amore per Jannuzza. Decide di disertare e scappare con Jannuzza. Anche Jannuzza non avrà tutto l’appoggio della famiglia, non vedevano di buon occhio un matrimonio con una persona che qualche anno prima era addirittura straniera. Ma quando Giuseppe si tagliò la lingua diventando di fatto muto, per eliminare quell’accento che lo teneva lontano da Jannuzza (e per non farsi riconoscere: ora era un disertore) la famiglia di Jannuzza rimase cosi impressionta da tale gesto che diede la propria benedizione. Partirono per Corato dove viveva la sorella maggiore del padre e li si stabilirono, formando una famiglia propria. Giuseppe dovette cambiare cognome, l’Italia ora era unita e da disertore sarebbe stato condannato. Per amore aveva lasciato tutto, casa, famiglia, cognome e la lingua intesa come accento e come lingua vera e propria: scrisse una lettera ai propri genitori, spiegó tutto, di Jannuzza e del cambio di cognome. Scrisse soltanto che adesso se avessero voluto cercarlo o solo per avere sue notizie dovevano chiedere di quell’Alpe dove era cresciuto, in val di Susa, di quella rocca dove era solito giocare. Quella rocca si chiamava e si chiama ancora oggi Rocca di Grisolo.

Negli anni che seguirono vissero felici e contenti. Non ebbero molti figli, solo 2 una femmina Antonia, come la madre di lui e un maschio, Vincenzo.

Il figlio di Vincenzo, Giuseppe come il nonno, giovane ma già esperto di mietitura e di cavalli, si aggregava alle squadre che durante la stagione estiva. Andavano dalla Puglia alla ‘muntagn’ come prestatori d’opera. La nonna gli raccontava sempre di come si erano conosciuti con il nonno e dei fratelli e delle sorelle che ancora vivevano nel paese in cui era cresciuta.
Quel giorno a Loconia, mentre lavorava un suo amico e compare gli disse: – C’é un barone che ha tanti ettari di terreni non molto lontano da qui. Ha bisogno di mano d’opera buona, come lo siamo io e te, paga bene.
- Andiamo?
- Dov’è il posto?
- I terreni a Boreano, lui vive a Venosa.

(fine)

Dei Giuseppe, dei santi e dell’Unità d’Italia. #2

Mi chiamo Giuseppe oggi è il 19 Marzo 2011.
Mi trovo in Corea a Seoul per lavoro, e con il taxi sto raggiungendo alcuni colleghi che mi aspettano in un department store. Business. C’é strada da percorrere per arrivare li ed il traffico di Seoul rallenta l’auto e i pensieri, ascolto vecchi successi americani dalla radio del tassista.
Diana, ve la ricordate? Daaaiaaana stay close by me Daaaiaana. Io si.
Era d’ estate in campagna, nei pressi di Boreano, dove i miei nonni avevano dei terreni ed una masseria. Con mia nonna ascoltavamo la radio che suo figlio emigrante, mio zio emigrato, aveva portato come regalo dalla Germania. Nonna preparava la pasta fatta in casa, gli uomini erano impegnati nei campi, quel giorno sarebbero tornati per pranzo, il grano da mietere era finito, bisognava fare manutenzione alla mietitrebbia, domani si sarebbero spostati alla ‘muntagn’, tutti quei paesi compresi tra Venosa e Potenza, dove il grano maturava dopo.

- Che je sta Daien?
- Sai nonna credo sia un nome, un nome di donna.
- Daien? Adda esse tedesc.
La radie ie tedesc.
- Boh, forse si, a me piace però: i figli di Ciambrone e Cestina quando nascono? Se c’é una femmina posso chiamarla Diana?

- Nascn fra poco, u preim mascul u chiamam Peppnil l’aut chiaml com vu.

-Grazie nonna.

- Nonna.
- Che je?
- Perché il primo Pepnill?
- E che nou u saie? Te l’aggie cuntat nu milion d vot.
- Ancora una volta nonna.

Giuseppe la vide. E ne restó totalmente folgorato. Era bella, lui in Piemonte, in Val di Susa dove era nato, non aveva mai visto una donna più bella di Jannuzza.
Bella: i suoi occhi.
Bella: i suoi capelli.
Bella: ” e ten pour nu bell par d menn” aveva precisato il parroco, su precisa domanda, il pomeriggio al circolo cosidetto dei ‘signori’, dove si ritrovavano le persone notabili del paese e che avevano presenziato alla messa la mattina, adesso c’erano il maestro, il farmacista, l’avvocato e un paio di scalcagnati ex nobili o per lo meno, ancora nobili ex ricchi, che a loro li aveva rovinato l’unitá d’Italia intesa come: mancanza di qualsiasi passione per il lavoro, e di talento, per gli affari.

Giuseppe era forte, a casa dove era nato, sulla tavola non era mai mancato il pane e qualche volta anche un pezzo di carne, che non si stava affatto male. Ma da quando l’aveva vista, il ragazzo aveva 19 anni, non era più lo stesso. “Ue Bepi te che devi de magna, si no tel vien na bruta cera, ne” (Beppe tu devi mangiare altrimenti ti verrà un accidenti). E lui di mangiare mangiava e di bere, beveva.
Ne si saziava, ne si dissetava.
Voleva parlargli. Ma come? Il barbiere del paese, dopo aver sganciato il doppio del prezzo stabilito per un ‘barba e capelli’ gli aveva dato tutte le informazioni di cui era a conoscenza, a pagamento come si é visto, e aggratis un consiglio: ” uaglio, to se suldat, mo staie, mo te ne vaie. Quann proprie non ce la faie chio va a la caes d’Orazio* dret u Purgatoriie d’ poulezz u fuceil e te liv i pnsier. Quer je serie, s vu a quer te’ccase (tu sei di passaggio in queste zone, ci sono le meretrici* che possono farti passare sta smania d’amore. Con Jannuzza il matrimonio é l’unica via percorribile, riuscì a capire Giuseppe che il dialetto un pò aveva iniziato ad intenderlo ma faceva ancora molta fatica a capire i dettagli).

Voleva rivederla, o meglio ci voleva parlare, che a rivederla ogni tanto la rivedeva, a messa o quando accompagnava la baronessa, ma lei non sembrava affatto interessarsi alla sua presenza, sempre in prossimità, quando era in giro (alla baronessa invece facevano piacere quelle attenzioni “ah se solo fossero per me” pensava, e con Jannuzza si divertiva a cambiare direzione all’improvviso nei vicoli, giusto per impacciarlo).
Jannuzza viveva a casa del Barone, per quanto gli riguardava quella era una fortezza inespugnabile.
Il giorno di San Giuseppe però, qui c’era una strana usanza di preparare dei fuochi, aspettare la notte per poterli bruciare e danzare e mangiare e bere intorno al fuoco. Era il giorno in cui si faceva quello più grosso del paese davanti alla casa del barone e tutta la servitù, uomini e donne, aveva il permesso di fare tardi e divertirsi intorno al fuoco sotto lo sguardo della piú anziana delle cameriere Nannina, che con uno schiaffo aveva girato la testa a Z’Rocc u stagnar che con una mano voleva testare la consistenza delle chiappe, con un peto invece aveva ribaltato 2 pulcini in traiettoria, sempre lo stesso giorno, nel pollaio.
Bisognava aspettare il giorno di San Giuseppe. Pregava il soldato:  San Giuseppe io porto il tuo nome, il giorno della tua festa fa che sia un giorno di festa anche per me, falla innamorare, aggiungendo subito dopo “di me” che con i santi bisogna essere precisi si spiegava il ragazzo,  sia mai che la faccia innamorare di un’altro.
Il giorno di San Giuseppe arrivò. Erano passati 9 mesi da quando l’aveva vista la prima volta.
Il soldato contando sulla benevolenza del diretto superiore, per quel giorno, il giorno del suo onomastico, era sollevato da qualsiasi incarico.
Il giorno pareva non finire, i fuochi era stati preparati dal mattino: dentro di lui invece il fuoco era già acceso da quella domenica della prima comunione.
Arrivó la sera, si cominció ad accendere i fuochi, l’eccitazione saliva.
Allora si udiva:
- iamme uaglio appecie le zepper, muvt, diceva il nonno al nipote
E ad un’altro fuoco il marito alla moglie: – fglio add le pust le patan?
I più giovani invece:
- Passm u cecn c u vein, Toni’ ca mo ie roppe aggia zumb sopa au fuc.
- statt attint, au vein e au fuc cornout.  Gli faceva eco la matrona poco distante.
- staser m’aggia struppie’ o c oun o c l’aut.  Rispondeva Nennil ‘u cengueist’ 17 anni e una passione smodata per l’amore fatto a mano, da cui il soprannome: il numero delle dita che usava per amarsi.

Davanti alla casa del barone il fuoco era acceso, le fiamme erano ancora molto alte, bisognava aspettare ancora per mettere a cuocere le patate sotto la cenere, ma la festa era comunque iniziata, si beveva e si ballava, don Mattiocc  ‘u vccir’ il macellaio, faceva andare con la stessa perizia le mani sia sul collo di un maiale sia sui tasti dell’organetto.
” L’ ava dett e l’ava fatt sa vennout la cor a Jatt*” Cantava il macellaio.
” Moca u veir l’attnrann c na zoc se men ngann” Continuava.
(* la storia di un debosciato che ha venduto un pezzo di terra per pagare i servigi di una donna“).
Si ballava, Giuseppe aspettava il momento propizio per avvicinarsi, lei era li tra le amiche, ridevano e si spingevano tra di loro, ogni tanto ballavano, sempre tra di loro. Non la perdeva di vista, altre occasioni non si sa quando si sarebbero verificate. A turno ognuna di loro andava verso la casa del barone, riportavano indietro un otre dell’acqua, prendevano dei bicchieri, a volte una sedia per gli anziani che passavano di la. Lei non era ancora andata una volta verso la casa. Fino ad allora.

- Posso aiutarti?
- a f che? ( A fare cosa)
- non so…a portare qualcosa
- ma nou veir ca no teng nint n’man?

Si metteva male

- Uaglio ma tu ch se?
- Mi chiamo Giuseppe oggi é il mio onomastico
- t chiam Peppein? U fglie d Ciambron l’aggie chiamet Pepnill, comma a te, osce ie poure u sant souie.

- Ciambrone, Pepnill? Di cosa stava parlando?

Si metteva peggio

- Peppein’ che vai acchiann, aggia purt n’anbasciate a la padrona? Steie semp dret a nouie quann’anzemm..
L’aveva notato, pensava che lui fosse innamorato della baronessa.

- veramente io sono… io voglio… io sono…  innamorato di te.
- d’ me?

Amore. E cosa ne sapeva Jannuzza dell’amore. Fino ad allora l’unica cosa che si avvicinasse all’amore erano le attenzioni di Ciambrone. Sapeva che esisteva, o almeno ne intuiva l’esistenza ma concretamente non sapeva cosa fosse. Come per la comunione nessuno si era preso la briga di spiegargli cosa fosse. La cosa la incuriosiva, ma..

- Fglio’ – si senti un urlo levare
- Fglio’ – era Nannina. Una mano a palmo aperta tra i denti ed un mano rivolta verso di lei: pollice ed indice a descrivere un cerchio, anulare, medio e mignolo tesi, rivolti verso di lei.

Giuseppe capì, nulla lasciava presagire niente di buono.

Lei sobbalzò, ebbe appena il tempo di dirgli:
- Peppein ma to ch sta parlat stran ca tin… (Il tuo accento mi lascia perplessa)

E corse verso la casa.

Appena dietro il portone si appoggio al muro di fianco.
Un uomo gli aveva detto che si era innamorato di lei. Quell’uomo dopo tutto non era neanche brutto.

(continua e forse finisce anche, solo se lo volete)

Cose belle.

Che [Di] rapprensenti la parte seria, professionale e concreta di Chepoiallafine.it è indubbio.
La conferma è questa qui :
www.bol.it

La mia copia l’ho ordinata e sta arrivando.
La vostra la dovete ordinare o qui o qui.

A Gerardina i nostri migliori auguri.

Nel nome della TV

Occhi nocciola, capelli castani, alta, snella…
Il suo esordio in TV fu nel 2007, a Tele Boario, un’emittente locale della Valle Camonica. E poi sbarcò alla Rai partecipando ad un programma televisivo della terza rete nazionale in onda in seconda serata. Ma il boom fu ottenuto con L’isola dei famosi: riuscì a classificarsi seconda con una preferenza di voti pari al 44% (Vladimir Luxuria la surclassò e vinse). L’Italia la conosceva come la ragazza di Borriello (calciatore dal 31 agosto 2010 con la Roma) e poi, dopo l’inutile flirt sull’Isola con Rossano Rubicondi (grande amore della Trump), si è lanciata tra le braccia del miglior fotoreporter in circolazione, nonché showman, imprenditore e attore (a breve sul grande schermo nei panni di Tony Montana per il remake di Scarface insieme a Paris Hilton).
Insomma, lei, bellissima e con splendidi costumi da bagno succinti, continua a sponsorizzare telefonini per questo popolo di dialogatori.
Va bene, io scelto un altro operatore telefonico.
Ma non è questo il punto. Perché, anche quando tutti quanti son vestiti e fingono di fare yoga, lei resta in costume da bagno?
Che qualcuno mi illumini, per favore…
Chepoiallafine credo sia una questione di AUTOricarica…

[Di]

Racconti di Cinema 2010

Siete già in vacanza?

No, perchè se fate un giro da queste parti sappiate che oggi è il compleanno di Signorlobo…

VOIce

La voce… E’ così che ogni essere umano definisce il suo spazio nel mondo. E la voce non è soltanto sonora, orale. C’è voce e voce. E tutte risultano utili per arricchirsi. Sempre si impara qualcosa. Nessuna dicotomia bene e male, nessun dualismo giusto e sbagliato. Solo voce. Voce che sommata ad un’altra voce si fa Voci. (Da qui alla confusione il passo è breve, lo so, ma mi piace pensare che ci sia un ordine in mezzo al caos di voci.)
La varietà… E’ una questione di qualità!

[Di]

La villetta no si tocca.

Un punto all’ordine del giorno dell’ultimo Consiglio Comunale di Venosa era inerente all’istituzione di una “sezione scientifica” presso il Liceo Classico, forte anche delle 700 firme raccolte tra i cittadini e della presa di posizione del gruppo Democratici e Riformisti che scriveva in questi giorni :

Il bisogno di formazione liceale scientifica non trova però soddisfazione alcuna nella nostra Venosa[...].
In conseguenza di ciò, coloro che da noi desiderano una formazione scientifica sono costretti a frequentare[...]
Coloro invece che, pur preferendo una formazione scientifica, non possono o non sono disposti[...] sono costretti a ripiegare [...].
Questo finische per limitare in modo significativo il diritto di molti ragazzi ad uno studio conforme alle loro inclinazione [...]

Parlare di limitazioni al diritto allo studio mi sembra alquanto grottesco ed evidentemente poco corretto nei confronti di quelle che sono le vere libertà violate nella nostra società e nella nostra Venosa.
Ho frequentato il Liceo Scientifico, ed oggi con il senno di poi (anche alla luce degli studi universitari che ho intrapreso) non posso che giudicare positivamente l’istruzione liceale di tipo scientifico che ho ricevuto.
Andare a Melfi non ha rappresentato per me nessuna limitazione, nè mi sono sentito derubato di un mio diritto, e di quei cinque anni conservo un immagine complessiva del tutto felice. Per andare a Melfi impiegavo neanche mezz’ora e nella peggiore delle ipotesi mi facevo il viaggio in piedi, oggi per andare in Facoltà impiego quarantacinque minuti e nella migliore delle ipotesi mi faccio il viaggio seduto. Continua a leggere

Ho scommesso due euro su un vincitore che non vi dico.

Il concetto di Kitch di cui sotto, si è abbattuto da qualche anno con violenza, anche sul ciclismo;
ma questo è un altro discorso che meriterebbe ben altre considerazioni (che tra l’altro, non sarei nemmeno capace di formulare in maniera seria).

In realtà volevo soltanto ricordarvi che domani incomincia la corsa rosa;
In questo blog si tifa Ivan Basso e si sorride quando scatta Domenico Pozzovivo.

A proposito di Lucania, la decima tappa, Avellino – Bitonto, taglia il Vulture, passa da Melfi, Rapolla e Lavello.
Ancora una volta niente Venosa.
Attendo con ansia l’investitura a sindaco di Q*Star per poter dire la mia.

Modello Venosa

Il modello Venosa.

Venosa,dove se un Assessore si candida non viene votato neanche dai suoi colleghi.
Venosa,dove il giorno dopo le elezioni gli Assessori di cui sopra, amici come prima.
Venosa,dove Verdi non si nasce ma si diventa.
Venosa,dove Verdi ? Chi Io ? Ma quando mai !
Venosa,dove dietro la parola Civica si nasconde un Dietrologia surreale.
Venosa,dove ti puoi candidare un anno con una lista e l’anno successivo con un’altra.
Venosa,dove Rifondazione si è fusa con il PD senza dirlo a nessuno.
Venosa,dove se l’UDC va con il centro sinistra, bhè allora sono del Pdl.
Venosa,dove la terra è fertile a causa della propria merda.
Venosa,dove non esistono i Partiti.
Venosa dove è bene che ve lo mettiate in testa, non esiste la politica.