Reduci di Forza Italia, cugini di Mubarak, interisti, veterocomunisti, casalinghe single, Jazirat, dipietristi pentiti, omesessuali della prima e dell’ultima ora, chepoiallafine.it non vi diremo mai di no. Interagite con noi, mandateci i vostri manoscritti di qualsiasi genere, religione ed età a info@chepoiallafine.it
Noi li pubblicheremo senza remore.
Resistenti in rete
[#8rr] Atomo.
L’ottavo Resistente è Trattodaitreporcellini.
Di seguito il suo manoscritto.
Riceviamo e volentieri pubblichiamo.
Atomo
La chiamano ineluttabilità. Il nome della paura.
Da poco eravamo riusciti a costruire le nostre prime case. Da poco eravamo riusciti a convivere. Lo scopo ultimo era quello di aumentare le probabilità di sopravvivenza; non a caso, qualcuno, qualche tempo dopo, disse che l’unione fa la forza.
Da subito, infatti, comprendemmo che intorno a noi c’era qualcosa di superiore, che minava alla nostra stabilità. Le acque tempestose… il lucente sole… il fuoco distruttore… gli animali famelici…
Eravamo diventati sapiens sapiens, ma eravamo ancora troppo volubili. Poi la rivoluzione.
Iniziò come un seme che germoglia, nei remoti meandri delle nostre coscienze.
Ben presto comprendemmo di poter imbrigliare le forze della natura al solo prezzo di qualche ora di riflessione. Il nostro unico scopo divenne allora quello di ampliare le nostre conoscenze. Quando per contrastare il potere dei mari o dei fiumi, quando per ottenere la grazia di un dio, quando per vincere sui nostri simili. A ripensarci, poi ci rimase solo quello.
Potere era il grido primitivo che ci richiamava ai ranghi. Nessuno ha mai capito che si trattava solo di un’illusione.
Tutto il senso della nostra evoluzione culturale, l’amore per il prossimo, la coscienza della nostra umanità, la difesa per la vita, vengono oscurate da quest’unica e prepotente realtà.
E oggi, non ultime, le ricerche sostenute nell’ambito scientifico ci parlano quasi di un ritorno alle scienze antiche, portandoci alla mente nomi di eccelsi alchimisti, morti nella loro ricerca dell’immortalità.
Eppure, ricompare sempre l’ineluttabilità. L’inevitabilità a cui tende il mondo.
L’uomo può spianare interi altopiani pur di costruire città, scavare trafori o ottenere minerali, ma è inevitabile che in altre parti del mondo, colate di magma, tornino ad innalzare le proprie fortificazioni naturali.
Possiamo usare medicine e diserbanti e lasciar cadere gittate di cemento sui campi, ma prima o poi le falde di quei nuovi monti diventeranno terreni fertili, popolati dalle più belle specie di fiori e alberi.
L’ineluttabilità convive nella natura stessa e risiede nel senso dei millenni, tramite i quali essa stessa realizza il suo ordine, attraverso il caos.
Oggi, ci viene dato modo di ricordarci che ci è impossibile cercare di sfruttare il potere della più piccola delle particelle della natura senza andare incontro all’inevitabile.
Perché l’ineluttabilità non sta nel potere dell’uomo di disporre della natura, ma nel ciclo della natura a cui l’uomo, in quanto creatura, non può sottrarsi.
[Reduci di Forza Italia, cugini di Mubarak, interisti, veterocomunisti, casalinghe single, Jazirat, dipietristi pentiti, omesessuali della prima e dell’ultima ora, chepoiallafine.it non vi diremo mai di no.
Interagite con noi, mandateci i vostri manoscritti di qualsiasi genere, religione ed età a info@chepoiallafine.it
Noi li pubblicheremo senza remore.]
Oggi è il nostro compleanno.
tentativo primo di teletrasporto di un’atmosfera.
Bobs in quasi diretta da Piazza Duomo con un portatile ed una chiavetta.
Riceviamo e pubblichiamo.
C’è un uomo nudo con la foto di berlusconi in faccia.
Bella ciao ciao ciao, caro ritmato nome della Moratti.
Sono le 20.30, un mucchio di corpi, è gente, tante persone; a destra c’è lui che è di Genova, non ha votato, ma non poteva mancare, mi dice, e lei ha settantacinque anni e pensa al 25 aprile del 1945, urlandomi all’orecchio “Milano è libera”. Tutti ci credono al cambiamento, siamo qui e quella birra in più ci rende ancora più euforici. Sono arrivata tardi davanti all’Elfo, ma domani chiederò al mio amico com’era. Siamo felici, entusiasti e tutto ci sembra quasi essere stato facile, OGGI E’ IL NOSTRO COMPLEANNO!
Milioni di italiani, un applauso fragoroso: Umberto Eco ”siete più dei turisti della domenica, abbiamo tolto a Berlusconi il certificato di buona e robusta costituzione”. Nel 1954 quando è arrivato a Milano c’era il bar Jamaica, tutta la vecchia cricca milanese ricorda quel bar.Il Jamaica, amici miei, di cui abbiamo tanto parlato, tanto discusso, che con infinito desiderio vorremmo tornasse ad esistere, dove si avvicendavano una chiacchiera “del” Manzoni giovanissimo e “del” Duchamp sempre accompagnato dal suo “caso”.
Ascolto piazza Duomo. Io sono qua per vedere le facce di tutti, mi sono sempre ritenuta una godereccia.
Sono le 21e 58, la luce è scesa, ora concludo di scribacchiare, non si può appuntare l’atmosfera, ma pensiamo anche a chi ora, grazie a tutti i nostri video, ai racconti, ai commenti, assorbirà un pò di cambiamento.
E dire che avrei voluto mangiare con Giuliano!!
416 a.c. il nostro governo favorisce i molti, per questo viene chiamata democrazia; un cittadino che si distingue, allora sarà chiamato a servire lo stato; la libertà si estende anche alla vita quotidiana e dobbiamo non infastidire il nostro prossimo se lui vuole vivere a modo suo; un cittadino non trascura gli affari pubblici, ma soprattutto non si occupa di pubblici affari per nascondere le sue questioni private; dobbiamo proteggere chi riceve offesa e un uomo che non si interessa allo stato lo consideriamo inutile; la felicità è il frutto della libertà.
Belfast, Hawaii, Londra, Africa, Dubai, Hong Kong, Genova, Roma, Milano, Berlino, Foresta Amazzonica, Barcellona, Porto, Sussulevi, Erromango, Olanda, Parigi, Tolosa, Göteborg, Giordania…ecc…
“Siamo stati in tanti”!!!!
I più fenomenali fra i giocatori verbali italiani del nostro tempo.
Bobs scrive.
Noi riceviamo e pubblichiamo.
Dalla casuale scelta di due nomi propri di persone.
Analogie stravaganti tra il Papi e Pisapia, quando in mezzo s’infila anche la pipa.
1. a papi si
2. a pipa si
3. api spia
4. papi sai
5. papi sia
6. pipa sai
Alla Moratti non rimane che la musica.
1. ritmato
questo è poi un’esempio lampante di “rimescolamento delle parole.”
[#6rr] Sapessi com’è strano dare il voto a Milano.
Il sesto Resistente è Bobs.
Di seguito il suo manoscritto.
Riceviamo e pubblichiamo.
Sapessi com’è strano dare il voto a Milano.
Accadono dei fatti che tali sono detti.
Urlati, festeggiati, sospirati, desiderati, celebrati.
Oggi in piazza un sacco di gente urlava e si trovava a sperare per qualcuno, eppure diciamocelo, non è nostro amico, non lo conosciamo, cioè non si è mai presentato a casa mia per un caffè e nemmeno a me è mai passato per la testa di invitarlo.
Eppure qualcuno che mi stava accanto sospirava e parlava di lui come se lo conoscesse benissimo, come se avesse già condiviso un piatto di pasta e fagioli, una vacanza fatta di luoghi stretti, e perchè no, nelle sue parole un tono confidenziale come se quella stessa persona fosse un elemento della famiglia.
Dopo un primo momento ho pensato, che alla fine stabilire chi conosciamo e chi no è sempre difficile, a volte ci troviamo a parlare meglio con degli sconosciuti che con i nostri amici più cari.
Era il caso di dire che per ognuno di noi quella persona appariva quasi più famigliare dell’amico che avevamo accanto, lo sentiamo vicino e siamo pronti a garantirgli la nostra fiducia, gli consegniamo in mano un po’ del nostro futuro, la sicurezza dei nostri figli, la lotta alla nostra fame e la speranza del nostro futuro.
Mi sono trovata per alcuni giorni dopo quella folla, in cerca di quel volto, con una voglia matta di presentarmi a casa e dichiarargli “da oggi anche io sono tua amica”, tutto mi è sembrato così naturale e lui stesso mi è sembrato così vicino…eppure fino a ieri era un perfetto sconosciuto, senza averlo mai nemmeno sfiorato, ora ho la convinzione che possa essere custode di una mia volontà.
I fatti che si sono susseguiti appartengono alla sfera delle parole, dei confronti, delle discussioni, proprio con coloro che sono amici, cioè con coloro con cui hai condiviso quei luoghi stretti…
Ora erano loro conosciuti/estranei e lui improvvisamente era l’estraneo/conosciuto…
So di non essere ancora certa di sapere cosa sia tutto questo, non mi appartiene la certezza, soprattutto non so mai abbastanza, ma affidarmi mi è sembrato naturale, questo dicono sia importante in una relazione…penserete che un amante dotato di tanto carisma debba essere speciale, ma penserete anche che le mie siano solo fantasie di una ragazzina innamorata…ed invece nulla di tutto questo, con me migliaia di persone hanno percepito lo stesso fascino verso una qualcuno che è semplicemente un Uomo che vuole un cambiamento e che forse una volta tra una droga, un centro sociale ed un furtarello ha deciso di non smettere di essere normale.
Questa città ha la nebbia che la rende cinematografica.
[Reduci di Forza Italia, cugini di Mubarak, interisti, veterocomunisti, casalinghe single, Jazirat, dipietristi pentiti, omesessuali della prima e dell’ultima ora, chepoiallafine.it non vi diremo mai di no.
Interagite con noi, mandateci i vostri manoscritti di qualsiasi genere, religione ed età a info@chepoiallafine.it
Noi li pubblicheremo senza remore.]
[#5rr] Avevo solo le luci spente.
Il quinto Resistente è Bobs.
Di seguito il suo manoscritto.
Riceviamo e pubblichiamo.
Avevo solo le luci spente.
Liberamente tratto da un fatto realmente accaduto.
E dire che in quel secondo ho pensato a cosa stessi facendo, forse era meglio fermarmi, ma ormai era fatta, delinquere una volta è difficile, il vero problema è che tutte le volte successive diventano straordinariamente facili.
Arriviamo, appoggiamo il motorino ed entrando penso che l’atteggiamento un po’ spocchioso mi si addica quindi continuo convinta che la miglior difesa sia l’attacco.
“lei lo sa che mi ha quasi investito?”
“no, anzi l’ho evitata per salvarle la vita!”
“e perchè poi non si è fermata al rosso?”
“non l’ho visto!”
“ed anche il secondo non le era apparso evidente?”
“Rosso?un secondo semaforo?ma dai…veramente?”
“ma la sirena l’ha sentita?”
“no, mi sono fermata accostandomi perchè non ero certo intenzionata a scappare.”
Vorrei poi spiegargli che quando l’ho visto scendere da solo dalla volante, ho anche pensato_bè se gli sparassi e scappassi non lo saprebbe nessuno, forse solo il mio passeggero, che però dallo shock potrebbe anche dimenticare l’accaduto_.
“le faccio presente che non ha la revisione degli ultimi 4 anni.”
“bè guardi ho comprato il motorino da 2 mesi, non sarà certo colpa mia…”(in questi casi tacere sarebbe la cosa migliore!)
“si è accorta che gira con una targa di cartone?”
A questo punto tento di essere chiara, coincisa, ma anche maga del Ti Confondo Le Idee.
“si lo so me la rubarono qualche mese fa, ho fatto la denuncia e sono stata alla motorizzazione”
Un consiglio da parte mia è quello di non fidarsi mai di chi con tanta convinzione parla di cose di cui non sa nemmeno l’esistenza.
“ ed ovviamente non ha nessun documento qui. Bene controlliamo la targa: intestata a …”
“a…mia sorella. Ehm.”
“a bene.”
E qui si apre il baratro, all’improvviso tutto si trasforma solo in verbali: uno, due, tre, quattro, cinque…
“la prego sia clemente, come facciamo a pagarle?”qualcuno con voce e tono misurato dice.
“bè potete rateizzarle.”
Inutile descrivere i pensieri cresciuti nella mia testa a quell’affermazione, come ho detto prima, fatto una volta il danno, quelli successivi sembrano venire da sé.
Mi trattengo.
Risulta quindi in finale che la loro clemenza mi abbia risparmiato l’alcool test, con relativa conseguenza la “gatta Buia”, abbiano lasciato passare “il fatto della targa” e chiudendo un occhio non hanno verbalizzato che fossimo in due.
E questa è solo la cronaca dei fatti.
[Reduci di Forza Italia, cugini di Mubarak, interisti, veterocomunisti, casalinghe single, Jazirat, dipietristi pentiti, omesessuali della prima e dell’ultima ora, chepoiallafine.it non vi diremo mai di no.
Interagite con noi, mandateci i vostri manoscritti di qualsiasi genere, religione ed età a info@chepoiallafine.it
Noi li pubblicheremo senza remore.]
[#4rr] Sul muretto.
Il quarto Resistente è ancora Trattodaitreporcellini.
Di seguito il suo manoscritto.
Riceviamo e pubblichiamo.
Sul muretto.
Capita spesso di fermarsi per le vie del proprio paese, seduti su un muretto, a ricordare le proprie disfatte e le proprie vittorie. L’apoteosi del proprio io giovanile. Come se si trattasse di un tempo ormai perduto tanto e tanto tempo prima, quando basta guardare l’età sulla propria carta d’identità per accorgersi che si è poco più che maggiorenni; niente più che adolescenti.
Eppure l’età non conta. Per un po’ ci si sente come i vecchi saggi, e ci si tuffa nelle proprie improbabili storie, quando si faceva quello che si voleva, solo per prendersi una rivincita sui no dei più grandi.
Regola numero uno: “non si fuma”: ricordo indistintamente il pacchetto bianco e la scritta blu. Le chiamavamo le sigarette dei muratori, perché quando le andavamo a comprare al tabacchi, il vecchio commerciante ci ripeteva sempre la stessa domanda: p’ chi sò? E noi, pronti, avevamo sempre un nome disponibile, ricercato tra i nomi dei muratori del mio paesino, cercando di evitare però i nomi di quelli che piuttosto delle diana fumavano le ms.
Regola numero due: “non si fa a botte”: da piccoli non ci si picchia per cattiveria, quella è una cosa prettamente per persone che sanno cosa sia e perpetuano in scelte sbagliate. Quando si è piccoli non si è
cattivi perché ancora non si comprende l’importanza di una scelta. Una volta eravamo arrivati talmente alla
saturazione di fare sempre le stesse cose, che organizzammo un torneo di arti marziali, quando nessuno di noi sapeva cosa fossero le arti marziali. Ci basavamo unicamente sui nostri personaggi preferiti, tratti dai vari cartoni animati. In quell’occasione mi credevo Ken Shiro.
Regola numero tre: “non si beve”: questa volta ero un po’ più grande. Facevo all’incirca la seconda media, e se non sbaglio, era iniziata da un po’. Essendo pochi nel mio paesino, il nostro gruppo era molto eterogeneo. In poche parole, eravamo tutti i ragazzi del paese. Ed eravamo circa venti/trenta. Molto folto.
Io ero uno dei più piccoli, ma i più grandi già frequentavano il liceo, e si apprestavano a finirlo da li a poco.
Fato sta che erano un po’ come dei mentori, e noi gli iniziati alla poco ma ardua arte del bere. Bisogna saper
bere, non basta scolarsi le varie bevande. E così, anche io, all’incirca all’inizio della seconda media, feci il mio primo “giro a birra”. Urmo. Inutile dire che mi sono rifatto al giro della sera dopo.
Ho scritto tre delle regole. Un ottimo numero per iniziare. A voi, scrivere le altre, proprio come amici seduti su un muretto, e questo blog è proprio il nostro muretto, in un’assolata giornata di piacevoli chiacchiere.
[Reduci di Forza Italia, cugini di Mubarak, interisti, veterocomunisti, casalinghe single, Jazirat, dipietristi pentiti, omesessuali della prima e dell’ultima ora, chepoiallafine.it non vi diremo mai di no.
Interagite con noi, mandateci i vostri manoscritti di qualsiasi genere, religione ed età a info@chepoiallafine.it
Noi li pubblicheremo senza remore.]
[#3rr] Italia.
Il terzo Resistente è Trattodaitreporcellini.
Di seguito il suo manoscritto.
Riceviamo e pubblichiamo.
Italia
Ricordo che era il 1800, circa. Era passato da cinquantotto anni.
C’erano problemi ovunque.
L’Europa era ancora in subbuglio, e tutti noi fremevamo immaginando la caduta di quei mondi aristocratici e la nascita di una nuova era. Ricordo che già anni prima, un mio amico, Libero, mi disse che saremo stati tutti uguali.
Ogni mattina mi svegliavo nella speranza di vedere la rivoluzione bussare di nuovo alla porta di casa mia, ma giorno dopo giorno mi accorgevo che era difficile: l’Italia non esisteva ancora.
Per anni avevamo frequentato circoli e società segrete, pur di organizzare un movimento capace di spronare le coscienze e guidare quello che tutti chiamavano Risorgimento italiano. Anni di rivoluzioni sedate nel sangue. Più di una volta mi ero protetto dietro il fuoco del mio moschetto. L’avevo conservato solo nella speranza di una nuova rivoluzione.
Che fine avevano fatto quegli intellettuali che come me alimentavano la scintilla di quella speranza?
Ricordo che quella mattina, come tutte le altre, mi addormentai davanti al camino.
Il foglio che reggevo in mano recitava: “RISORGI ITALIA”.
Un buon auspicio.
Ricordo che era il 1861.
Giuseppe aveva fatto il suo dovere. O meglio, ciò che sentiva essere il suo dovere.
Aveva dato a noi tutti la possibilità di considerarci uniti.
Mi ero sempre immaginato fratello delle persone che abitavano la mia penisola, e ora potevo ben dire di esserlo.
C’era ancora qualche scaramuccia, ma presto sarebbe finito tutto e avremo costruito insieme una grande nazione.
Quella mattina guardai fuori dal balcone.
Alcuni ragazzi alto borghesi si sentivano in vena di festeggiare, schiamazzando. Attaccavano dei manifesti ovunque gli capitava: “BENVENUTA ITALIA”.
Era un buon giorno il messaggio di quella mattina.
Ricordo che era il 1921.
Leggi Tutto
[#2rr] Clorinda e Gionni tutto per un fico.
Il secondo Resistente è Bobs.
Di seguito il suo manoscritto.
Riceviamo e pubblichiamo.
Clorinda e Gionni tutto per un fico.
Gionni
Il fico non ne voleva sapere. Gionni provò a fermarlo inutilmente col forchettino da tutti i lati.
Quel fico troppo maturo sembrava un polipo vivo. Provò a fare qualche incisione col coltellino nella buccia, un fiasco, oltretutto come capita nei ristoranti il coltellino da fico era poco affilato.
Clorinda era nervosa, chiaramente insoddisfatta di come si stavano mettendo le cose. Questo peggiorava la situazione. Un uomo ha bisogno di una donna responsabile e comprensiva al suo fianco, specialmente quando cerca di sbucciare un fico. Il tuono non giunse inatteso, era stato preceduto da lampi.
“A questo punto credo che la nostra storia non abbia un futuro” disse calma Clorinda.
Per una volta tanto Gionni prese le cose nel verso giusto. Prese il fico con la mano e se lo mise in bocca intero con la buccia. Strofinò la mano sulla manica della camicia, dopo essersi lavate le dita nel bicchiere del vino.
Ruppe il bicchiere dell’acqua col cucchiaio per attirare l’attenzione del cameriere. Voluttuosamente masticando il fico gridò:”Avete mica un bel pezzo di pecorino romano? quello con la lacrima.”
Clorinda
La serata era tiepida, e densa, tanto che si poteva metterla in una bottiglia. Il duello procedeva guardingo con affondi ponderati. Clorinda era in grande difficoltà, gli occhi di Gionni scrutavano e vagliavano, dentro e fuori. Ma la corazza era impenetrabile. Con un sospiro di sollievo arrivò la frutta. Gionni, schiena rigida ed omeri allineati con geometrica precisione al torace, si servì un fico nel piattino dal bordo dorato, decorato da un’improbabile barchetta. Lo aggredì con un coltellino male affilato.
“Mio dio” pensò Clorinda “questo tipo toglie al fico la parte migliore, e quel che è peggio ignora che il fico si mangia con le mani.”.
“A questo punto credo che la nostra storia non abbia futuro” disse calma Clorinda.
Per una volta tanto Gionni prese le cose nel verso giusto. Prese il fico con la mano e se lo mise in bocca intero con la buccia. Strofinò la mano sulla manica della camicia, dopo essersi lavate le dita nel bicchiere del vino.
Ruppe il bicchiere dell’acqua col cucchiaio per attirare l’attenzione del cameriere e voluttuosamente masticando il fico intero gridò:
“Presto, il conto, devo uscire a baciare Clorida.”
Una risata liberatoria scosse Clorinda che con la mano abbronzata alzò la celata dell’elmo e disse a sua volta ad alta voce:
“Ti ricorderai di mettermi le mani sul culo, mentre mi baci?”
[Reduci di Forza Italia, cugini di Mubarak, interisti, veterocomunisti, casalinghe single, Jazirat, dipietristi pentiti, omesessuali della prima e dell’ultima ora, chepoiallafine.it non vi diremo mai di no.
Interagite con noi, mandateci i vostri manoscritti di qualsiasi genere, religione ed età a info@chepoiallafine.it
Noi li pubblicheremo senza remore.]
[#1rr] Blow.
Il primo Resistente è Bufo.
Di seguito il suo manoscritto.
Riceviamo e pubblichiamo.
BLOW.
mi piacciono i tuoi occhi quando si riempiono di lacrime.
se ne veniva sempre fuori con questa stronzata delle emozioni. questa grossa bugia dell’empatia.
e chi lo dice che fossero lacrime?e se anche lo fossero state chi può conoscerne la natura?magari si sentiva solo profondamente in colpa e i suoi occhi facevano trasparire solo un minimo della merda che nascondeva dentro di sé.
il loro era un amore di nicchia.
a lei piaceva tanto questa storia della nicchia. questo falso romanticismo. le piaceva pensare che il loro amore non fosse come quello di tutti gli altri. che loro fossero diversi. per questo nessuno poteva saperne nulla. non avrebbero potuto capire. il loro amore era solo per loro due.
il loro era un amore difficile.
anche in questo c’era un non so che di affascinante. forse una caparbietà tutta femminile nel voler superare a tutti i costi anche le più grosse difficoltà. o forse solo una buona dose di masochismo che distrae dalla precarietà di tutti i giorni.
il loro era un amore part time.
esplodeva così all’improvviso. dopo mesi di assoluto distacco. dopo lunghi periodi di distrazione. esplodeva trascinandoli entrambi in luoghi senza tempo né spazio. dove si bastavano. dove non c’era bisogno di altro.
il loro era un gioco sporco.
sporco come le loro anime. sporco come le parole che con tanta leggerezza si sussurravano nelle notti in cui potevano stringersi uno all’altra. sporco come le bugie che si raccontavano, che raccontavano a loro stessi e agli altri. sporco come gli altri. gli altri che non avevano rispetto del loro amore.
lei lo aveva rinchiuso in un porta foto. di quelli a medaglione. che porti appesi al collo. quelli che ogni tanto puoi aprire e sbirciarci dentro, ma che quasi sempre tieni chiusi. preferiva non guardare. ogni tanto chiudeva gli occhi e immaginava. preferiva così.
lui non aveva trovato un posto per lei. ogni tanto se la ritrovava intorno. aveva provato a metterla in tasca, ma poi lei cadeva come cadono gli spicci quando ti butti sfinito sul letto. aveva provato a infilarla nella tasca del suo zaino ma poi doveva farci i conti nei momenti meno opportuni. forse il posto giusto era la tasca della sua agendina ben chiusa da un solido elastico. no. non andava bene neppure quello.
lei non aveva un posto.
a lei non interessava.
a lei piacevano i suoi occhi.
i suoi occhi che a volte si riempivano di lacrime.

Home